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«IL CONTRATTO DEI BANCARI FARÀ STORIA»

di Redazione

Intervista al segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, sul quotidiano La Notizia Giornale. Dal negoziato per l’ultimo ccnl allo stato di salute dell’economia, dal superbonus alla tassa sugli extraprofitti delle banche: «Il settore, più patrimonializzato, potrà dare maggior credito alle imprese e alle famiglie. I fondamentali di finanza pubblica sono buoni. Nel rinnovo contrattuale fondamentale il ruolo di Messina»

Sara Manfuso

Lando Maria Sileoni, segretario generale della Fabi, primo sindacato nel settore bancario, come legge il balzo del deficit al 7,2% a dispetto delle previsioni governative che lo stimano al 5,3%? C’era da aspettarselo?

I fondamentali dell’Italia, in particolare per quanto riguarda la finanza pubblica, sono in ordine. C’è fiducia da parte degli investitori e la corsa ai btp, a comprare debito pubblico lo dimostra. Il divario sul deficit è inferiore a due punti percentuali e, se sarà necessaria, basterà una correzione di pochi miliardi di euro per rimettere i conti a posto. Il ministero dell’Economia saprà individuare una soluzione adeguata. E se l’economia italiana crescerà a un buon ritmo, non sarà necessario alcun intervento. Il ruolo delle banche è fondamentale perché va ricordato che hanno sostenuto l’economia italiana con importanti acquisti di titoli di Stato. È una situazione che in molti danno per scontata, ma che ha un valore politico enorme.

È davvero tutta colpa del Superbonus, o trova che la misura abbia avuto una sua utilità per ossigenare un settore che in Italia era fermo da anni?

Preferisco fare ragionamenti equilibrati. Il meccanismo degli incentivi per l’edilizia è stato essenziale per la tenuta della nostra economia, che nell’arco di pochi anni ha dovuto superare prima l’ostacolo del Covid e poi lo shock della guerra in Ucraina. Che qualcosa non abbia funzionato è sotto gli occhi di tutti: probabilmente la percentuale del bonus fiscale, al 110%, ha azzerato qualsiasi forma di controllo da parte dei proprietari di immobili per quanto riguarda i preventivi di spesa e ha favorito la speculazione. L’asticella doveva restare sotto quota 100, sono mancati controlli più capillari e conseguentemente c’è stato chi ne ha approfittato. Il provvedimento, insomma, doveva essere regolamentato meglio.

La coperta delle risorse economiche è corta e il governo pensa a privatizzare Poste. Una operazione necessaria alla finanza pubblica, o una svendita insensata solo per far cassa come invece dice l’opposizione e che può pericolosamente compromettere posti di lavoro?

Le privatizzazioni in Italia sono iniziate nella seconda metà degli anni 90, quando il Tesoro era diretto da Mario Draghi, e, salvo qualche sbavatura, sono state realizzate sempre con grande attenzione da parte dei governi. Non si tratta solo di fare cassa, ma anche di aprire al mercato, per renderle più efficienti, grandi aziende pubbliche di cui lo Stato comunque mantiene il controllo. Non vedo svendite all’orizzonte, ma oggi l’attenzione va riposta su una probabile costituzione di un’Unione bancaria europea con baricentro nel Nord Europa. Se così sarà, da quel momento in poi esisterà un problema per tutte le più importanti aziende italiane: sarà fondamentale avere un peso contrattuale e politico importante all’interno di una eventuale Unione bancaria europea. Le banche italiane, negli ultimi 30 anni, sono passate da un controllo sostanzialmente pubblico a un azionariato aperto al mercato, con le fondazioni bancarie che tuttora rappresentano un pilastro per la stabilità del settore: il meccanismo ha funzionato bene e oggi quelle italiane sono tra le banche più stabili e capitalizzate in Europa.

A proposito di lavoro, come vede il mismatch tra domanda e offerta che genera il paradosso di imprenditori che cercano lavoratori e persone che non trovano lavoro? Era davvero il reddito di cittadinanza uno dei mali del nostro Paese?

Il reddito di cittadinanza era una misura giusta, una norma che puntava ad assicurare dignità alle persone meno fortunate e nessuno può essere lasciato indietro. Mai. Certamente era necessario intervenire con correzioni perché qualche anomalia, in alcuni territori, c’è stata ed era sotto gli occhi di tutti. Troppa conflittualità tra regioni e Stato, tra comuni e regioni. Insomma, le competenze e l’autonomia nono sono state mai ben chiare e il provvedimento ha preso una strada sbagliata. Quanto alla distanza tra domanda e offerta di lavoro, a mio giudizio è generata soprattutto da problemi sul versante della formazione, anche per chi già lavora. Nel settore bancario, per esempio, ce ne stiamo occupando e col nuovo contratto collettivo puntiamo ancora di più a riqualificare i lavoratori più avanti con gli anni. C’è un tema di programmazione, a tutti i livelli, che va affrontato con maggior determinazione dalla politica e dalle parti sociali.

A proposito di contratto di lavoro, dopo l’intesa del 23 novembre, ci sono state le assemblee dei lavoratori. Come si sono espressi i bancari?

L’ipotesi di rinnovo è stata approvata con una media di sì che ha superato il 99%. È stato un plebiscito. L’accordo sottoscritto a novembre ha una portata straordinaria ed è stato raggiunto grazie ai sindacati, ovviamente, e grazie alla determinazione dell’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, che ha avuto, oltre a grande sensibilità sociale verso le lavoratrici e i lavoratori, l’intuizione politica di approvare per primo la richiesta economica di 435 euro medi mensili. La sua posizione ha rappresentato un punto fermo sul fronte delle banche attorno al quale si sono uno dopo l’altro avvicinati tutti gli amministratori delegati. Mi lasci dire che il negoziato del 2023 farà storia. Chi afferma il contrario mente sapendo di mentire.

Restiamo, più in generale, sulla situazione delle banche: molte hanno dribblato la tassazione sugli extraprofitti penalizzando il gettito dello Stato. Cosa non ha funzionato in un provvedimento che lei ha difeso e che in molti hanno ritenuto invece illiberale?

Il provvedimento era politicamente e socialmente giusto. Le banche l’anno scorso hanno realizzato decine di miliardi di euro di utili, la maggior parte dei quali derivanti dall’aumento del costo del denaro che ha portato a un incremento straordinario del margine di interesse sui prestiti. Di fatto, il settore bancario, senza fare nulla e grazie alla Bce, ha incassato profitti record, restituendo molto poco alla clientela in termini di remunerazione su conti e depositi. Non sono d’accordo con chi afferma che il conto corrente è solo uno strumento di servizio: credo sia giusto remunerare con interessi adeguati la liquidità depositata sui conti correnti. Il provvedimento del governo, però, è stato comunicato male. La correzione era inevitabile. La nuova norma, comunque, facendo crescere i coefficienti patrimoniali, dovrebbe favorire maggiori erogazioni di credito a famiglie e imprese.

Presentato a Bruxelles il nono rapporto sull’efficacia dei fondi strutturali europei, il capitolo più ricco e più discusso del bilancio comune insieme a quello agricolo. Che valutazioni fa a riguardo?

Ci sono ancora molti sprechi, purtroppo. Una parte rilevante delle risorse che l’Unione europea mette a nostra disposizione va sprecata ed è un peccato: tra il 2014 e il 2020, l’Italia ha usato solo 18 miliardi sui 44 miliardi stanziati. Il motivo è semplice, ma drammatico al tempo stesso: tanto in Europa quanto nel nostro Paese c’è un problema di burocrazia non all’altezza della situazione, servirebbero più flessibilità e più tempestività.

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