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Un Commento

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    Mauro Tessadrelli

    La Fabi è in prima pagina, e non potrebbe essere diversamente visto il ruolo di “locomotiva” del percorso negoziale che si è assunta, su tutti i tavoli ed in tutte le partite in corso.
    ne siamo orgogliosi e per nulla preoccupati, vista la ben nota capacità dei nostri quadri di negoziare senza accondiscendere, di essere fermi nei propositi quanto aperti alle soluzioni che servono a tutti, lavoratori ed aziende.

    Questo detto vorrei condividere una riflessione sulla specificità della situazione del nostro settore, specificità esemplificata dalla decisione di ABI di non applicare l’accordo del 2009 e questo diversamente da tutte le altre categorie che hanno sin qui compiuto l’iter del rinnovo contrattuale.

    Domandarsi il perché di una simile decisione porta, a mio avviso, a rispondersi che la differenza sta “nei manici”.

    mentre nella stragrande maggioranza delle altre aziende il management è espressione di un chiaro quanto delineato mandato dei consiglio di amministrazione, dove siede una proprietà chiaramente individuabile e portatrice di definiti interessi, nelle banche accade che l’azionariato, comprese le maggiori quote di riferimento, abbia negli anni dato “carta bianca” sul “come” in cambio della certezza di consistenti dividendi.

    La proprietà di controllo di un gruppo industriale si interessa di come avviene la produzione e la commercializzazione del prodotto; nelle banche, sopratutto di gradi dimensioni e nei gruppi, sembra che le modalità di raggiungimento dell’utile siano marginali, o non rientrino negli interessi di chi le controlla e vengano lasciate alla libera interpretazione del top management.

    Lo scambio, chiarissimo alla luce dell’andamento dei compensi per amministratori delegati & company, è alti stipendi contro alti flussi di denaro nelle tasche dell’azionariato.

    La crisi ha incrinato però il giocattolo e la riduzione dei flussi di denaro ai possessori d’azioni mette in discussione il reddito, se non addirittura il posto di lavoro, dei “direttori d’orchestra”.

    In questa luce si spiega la durezza della posizione di controparte; i signori del credito lottano per il “loro” incarico prima ancora che per il futuro delle aziende che rappresentano e non vogliono sentir parlare di riduzione dei compensi, altrimenti potrebbe risultarne danneggiata la loro “professionalità” (sigh!).

    Se l’operazione riuscisse sarebbe un danno per i lavoratori e le lavoratrici del credito ma anche e sopratutto per le aziende dove essi lavorano; i barbari tagli proposti, ad esempio nei piani industriali, risolveranno forse a breve il problema per gli azionisti ma nel medio finirebbero per minare la capacita produttiva delle banche, lasciandole deboli di fronte ad una auspicata futura ripresa.

    Quanto sopra per tacer del ruolo istituzionale, sociale e di controllo che normative primarie e bilanci sociali assegnano al sistema bancario, ruolo propalato e poco o per nulla interpretato nell’ultima decade; come se fosse inconciliabile l’utile con la socialità ed il rispetto delle leggi.

    Parrebbe, almeno a mio sommesso parere, che il futuro delle trattative in corso stia nel raccogliere le sensibilità di tutti gli stake holders e coagularle in una visione comune che non è e non può essere quella di un management che da anni, come un maldestro mezzadro, munge una mucca non sua e poi si tiene quasi tutto il latte.

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