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3 Commenti

  1. 1

    Fabio Fiacchi

    Con la denominazione di Statuto dei lavoratori ci si riferisce alla legge n. 300 del 20 maggio 1970. La sua introduzione provocò importanti e notevoli modifiche sia sul piano delle condizioni di lavoro che su quello dei rapporti fra i datori di lavoro, i lavoratori e le loro rappresentanze sindacali. ” no alla ritorna dell’ art. 18 “……torneremo 50 anni indietro……sono felice Che questa nostra organizzazione sia scesa in campo a Tutsis Della classe lavoratrice e delle liberta’ sidacali….grazie Lando

  2. 2

    Paolo Capotosti

    Carissimo Lando,
    sono assolutamente d’accordo con te, l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori non si può e non si deve toccare in quanto rappresenta l’unica forma di tutela reale tale da garantire al Lavoratore di poter effettivamente far rispettare i propri diritti nell’ambito lavorativo.
    Ogni istanza di revisione rispetto a questa norma come quella proposta nell’attuale “manovra di ferragosto” è da ritenersi assolutamente inaccettabile in quanto limiterebbe o annullerebbe le tutele del Lavoratore esponendolo al rischio di licenziamento privo di giusta causa e quindi alla mercè della parte datoriale.
    Ci troviamo di fronte ad un attacco sferrato ai Lavoratori ed ai diritti da essi conquistati dopo anni di lotte e di sacrifici e tutti tacciono, solo noi sentiamo il dovere di alzare la voce e sono sicuro che continueremo a farlo.
    Peraltro, è palese come la motivazione della manovra economica sia strumentale rispetto ad una revisione dell’art. 18, è palese che non si risolleva l’economia licenziando, ma creando condizioni, sviluppo e posti di lavoro.
    Grazie ancora per il tuo impegno, ti assicuro che noi ci siamo e ci saremo.
    Paolo.

  3. 3

    Mauro Tessadrelli

    La difesa dell’articolo 18 è un dovere ed un onere che la nostra Organizzazione , grazie al suo segretario generale, si è accollata parrebbe in sostanziale splendida solitudine; rimane il sospetto che sopratutto CISL ed UIL non siano, per usare un eufemismo, del tutto contrarie.
    Strano direi, visto che la riforma in proposta sostanzialmente destruttura proprio il livello generale nazionale dal quale traggono motivo d’esistenza gli amici della “triplice.
    Comunque si farà quello che si dovrà per controbattere a chi individua nel licenziamento lo strumento adeguato alla riduzione del debito pubblico (sigh!).

    La presente situazione, sopratutto se le norme passeranno tutte od in parte, pone però l’occasione per una riflessione sul ruolo e sull’organizzazione futuri del Sindacato.

    La sostanziale rottamazione della legge 300 del 1970 e dei contratti nazionali, contenuta nel provvedimento, è destinata a modificare profondamente le relazioni industriali.

    Era, infatti, la rigidità normativa preesistente che obbligava le aziende a cercare un dialogo con le controparti sindacali, a seguire politiche concertative benedette dalle parti politiche;
    posizioni rigide aziendali avrebbero inevitabilmente comportato un confronto non solo politico con i lavoratori (che in tempi moderni, mercè la de-sindacalizzazione diffusa e la disaffezione ai temi solidaristici e collettivi, sarebbe probabilmente risultato perdente) ma anche legale e normativo, andando a collidere financo con la normativa primaria dello stato.

    Oggi un’intera classe di sindacalisti, cresciuta a “pane e dialogo”, si troverà a confrontarsi senza il supporto di un portato legislativo che li legittimava ed obbligava l’azienda al tavolo di trattativa;
    la stessa classe sindacale dovrà fare i conti con un potere di rappresentanza di fatto diluito ed in ambiti locali od aziendali dove i numeri potrebbero essere esigui, o lo saranno comunque, rispetto alla precedente rilevanza nazionale dei problemi.

    Ancor peggio! Il ruolo di controparte nelle trattative deroganti al CCNL od alla Legge 300 rassegnano il difficile ruolo di “custode locale” del lavoro, con il rischio di trasformarsi, per debolezza o per insipienza, in avallatori di licenziamenti e deroghe “in peius”.

    Le esperienze dei paesi anglosassoni, o dove sono stati, di fatto o per legge, abrogati o superati sia i contratti nazionali che le garanzie contro i licenziamenti, mostrano come il sindacato abbia visto grandemente ridimensionato il suo ruolo.
    In questi paesi le OO.SS., oltre a perdere il ruolo nazionale generale (fatto che per noi autonomi e settoriali potrebbe non essere del tutto negativo quanto sarebbe per “la triplice”) sono divenute o funzioni aziendali esterne, con ruolo di fornitori di servizi informativi/sociali, o si sono svilite sino a divenire marginali;
    in tutti e due i casi il loro organico e la loro ricchezza si sono, naturalmente. Grandemente ridotti.

    Il paradosso storico che si evidenzia sta nel fatto che proprio le tutele legislative sino ad oggi vigenti, se hanno da un lato consentito uno sviluppo rilevante delle OO.SS. dall’altro ne hanno consentito la svirilizzazione; il contesto tutelato ma stagnante ha spesso sfavorito il ricambio interno e favorito viceversa il proliferare di figure di basso profilo e professionalità.

    Nel paradosso la possibile risposta:

    se, come già detto, il ruolo generale delle confederazioni è messo in discussione, il ruolo degli autonomi di settore resta ancora vitale e legittimato anche in ambito nazionale, soprattutto per il nostro settore specifico.

    Il sindacato, soprattutto il nostro, può e deve dunque affrontare il cambiamento (se cambiamento sarà) attraverso una sempre maggior professionalizzazione dei suoi quadri, la riorganizzazione e razionalizzazione delle risorse, il ridimensionamento delle strutture, il rafforzamento della funzione nazionale nel rispetto delle autonomie che devono essere valore aggiunto e non fattrici di spinte centrifughe ed incongrue con la politica nazionale.

    Per approfittare delle possibili difficoltà dei compagni di viaggio, in un contesto di probabile riduzione delle risorse economiche ed umane, bisogna orientare in senso aziendale la struttura, eliminare gli sprechi e le inefficienze, sviluppare la cultura d’impresa.

    In sindacato azienda vi saranno pochi ruoli politici e decisionali (legittimati dai congressi e non soggetti limiti di rinnovo mandato) e ruoli operativi tecnici distribuiti per i settori in cui si articola, o articolerà l’organizzazione aziendale: formativo, informativo, negoziale, commerciale, legale, amministrativo, etc. (ruoli tecnici soggetti a valutazione da parte di quelli politici e non soggetti a scadenza)

    I ruoli politici saranno largamente inferiori di numero rispetto a quelli tecnici, i passaggi di grado saranno previsti sulla base di una scala sia temporale che valutativa per i secondi; per i primi il “cursus honorum” sarà obbligatorio e sancito dalle tornate congressuali.

    La gestione dei flussi economici, nel rispetto delle autonomie, continuerà nelle logiche attuali ma le funzioni di controllo (di legittimità e contabile) non saranno locali, ma accentrate al nazionale….

    Potrei continuare, ma sarebbe un trattato, od un progetto dettagliato che in questa sede sarebbe improprio presentare e noioso da leggere.

    Quello che desidero esprimere e l’imprescindibilità del cambiamento quanto l’ineluttabilità di un orientamento maggiormente (o finalmente) professionale dell’attività sindacale, e questo a prescindere del mutare delle norme, che rappresenta semmai solo uno stimolo ulteriore.

    Nella difficoltà, l’opportunità.

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